10 domande a Ruggiero De Santis

Ruggiero De Santis è un giovane talento che vanta già molta esperienza e una crescente carriera nel mondo della moda.

Di origini pugliesi studia fashion design a Londra e a Milano e nel 2011 fonda il brand di abbigliamento maschile Two Italian Boys. Ottiene numerosi riconoscimenti fino a arrivare a collaborazioni con Swarovski e a creare una linea che sfila alla rinomata sfilata finale nel Victoria and Albert Museum. Alla sua lista di esperienze e collaborazioni si aggiungono, con il passare delle stagioni anche Ann-Sofie Back, Alexander McQueen e Burberry.

Da qualche stagione Ruggiero De Santis è approdato al mondo Kidswear, sempre come art director di alcuni tra i brand più famosi del settore, tra cui MSGM e noi gli abbiamo fatto qualche domanda per farci raccontare la sua storia..

Quando e come è iniziata la tua carriera di direttore creativo nell’ambito del kidswear?

Nasce tutto quattro anni fa, quando, dopo le mie esperienze nelle linee donna di Alexander Mcqueen, Burberry, Ann-Sofie Back e aver creato delle mie personali collezioni uomo sartoriali, ho sentito il bisogno di mettermi in gioco e scommettere su me stesso.

La moda adulto si era trasformata in un recinto in cui mi sentivo un numero tra tanti. Il kidswear è ancora un territorio da esplorare, in piena evoluzione, nel quale ho avuto la possibilità di crescere e occuparmi dei progetti da ogni punto di vista, nei minimi dettagli, dal prodotto all’adv. È stata la fame di sperimentare qualcosa di nuovo che mi ha portato ad affrontare la sfida con una verve sperimentale e rivoluzionaria, riuscendo a smuovere e innovare un mondo ancora legato alla scontata classicità. E ad oggi il kidswear è un universo tutto nuovo

Che tipo di bambino vuole raccontare Ruggiero De Santis?

L’obiettivo che mi sono posto è stato quello di creare moda bambino, in perfetta connessione con l’adulto, ma in modo sperimentale, partendo dal protagonista stesso delle mie creazioni. Mi spiego meglio: quando mi approccio a una nuova collezione, mi metto in gioco, mi immedesimo e cerco di vestire i panni di un bambino, dei suoi sogni, di ciò che potrebbe desiderare.

E con la mente libera da convenzioni lascio reagire la creatività, riuscendo a superare i limiti e a portare quell’aria di sperimentazione di cui necessitava il kidswear.

Descrivici il tuo processo creativo…

La fase creativa nasce dalla libertà di immedesimazione nel bambino che raccontavo. Da questa prima fase prendono vita i processi che portano poi alla realizzazione del prodotto e alla sua comunicazione. Ne seguono tutti gli aspetti, dal disegno alla selezione dei materiali, dalla scelta dei partner e collaboratori alla cura degli scatti per l’adv.

C’è qualche libro, film, genere di musica che non smette mai di ispirarti?

Mi approccio al mondo con occhi da esploratore, cercando ispirazione in ogni cosa, ma sicuramente hanno un ruolo fondamentale la lettura di Murakami e il cinema di Sofia Coppola, per pellicole e soundtrack, ha un suo posto d’eccezione.

In che misura guardi al mondo dell’adulto per i tuoi progetti sul bambino? 

I due mondi sono connessi com’è giusto che sia, ma ognuno con un proprio carattere e una propria individualità. A scegliere il guardaroba dei bambini sono gli adulti ma sono loro che indossando i capi li trasformeranno in significato, terreno di gioco, fantasia, sperimentazione, scoperta.

Com’è cambiato il mondo del kidswear da quando hai iniziato a lavorare in questo settore?

Ho sempre cercato di innovare il mondo del bambino dal suo interno così come è accaduto nella storia della moda adulto, liberandolo dalla staticità in cui risiedeva e dandogli un suo percorso indipendente. Il mio impegno è stato quello di portare il nuovo e di dare valore e nuova linfa a questo mondo.

Penso di aver contribuito a questa nuova visione grazie alla mia esperienza come creative director in Manifatture Daddato, per cui curo in particolare MSGM Kids e Neil Barrett Kids,  e con editoriali come art director per Kid’s wear magazine.

Qual è il peggior luogo comune sulla moda kidswear?

Si pensa spesso che la moda bambino sia solo un ridimensionamento di quella adulto. Quello in cui invece credo è che il kidswear debba avere un proprio carattere e una propria vitalità.

Quanto sono importanti i social media per trasmettere la tua visione?

I social sono i nuovi media, i nuovi magazine da sfogliare per scoprire e seguire le nuove tendenze, con la fortuna di entrare in contatto direttamente con la vita reale. Questa potenzialità è stata già compresa e sfruttata dalla moda per autogenerarsi e influenzare la società.

Sei sensibile all’ecosostenibile e al cruelty free? Pensi che sarà il futuro della moda?

Le nuove frontiere dell’ecosostenibile e del cruelty free oltre a essere di vitale importanza etica per il delicato mondo dei bambini, che rappresentano il nostro futuro, possono anche diventare uno stimolo per lo sviluppo di nuove tecnologie, tecniche e poetiche nel segno della responsabilità.

C’è una domanda a cui avresti sempre voluto rispondere ma che non ti hanno mai fatto?

Quanto contano le “etichette” nella moda?

La mia passione per quello che faccio e per il mondo della creatività e dell’arte mi proietta oltre, e mi stimola a portare il mio lavoro oltre uno spazio definito. Per questo mi è sempre risultato limitato avere un ruolo definito e quello che ho ritrovato nel kidswear è stata proprio la possibilità di curare il processo creativo nei suoi diversi aspetti e di sperimentare nuovi orizzonti inesplorati.

Questa mia inclinazione è stata probabilmente alimentata dal mio percorso, che mi ha visto ricoprire oltre al ruolo di designer e director, anche compiti nel commerciale e nell’insegnamento.

Vedo il mio futuro come un gran vaso ricco di profumi esotici e variegati in cui possa dedicarmi alla moda, all’arte e al design in senso ampio e senza restrizioni.

Scopri MSGM Kids su CoccoleBimbi

 

No Comments Yet

Lascia un commento

Your email address will not be published.